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Il 6 dicembre del 1768 vedeva la luce, a Edimburgo, la prima edizione della prestigiosa Encyclopaedia Britannica, fra i primi, prestigiosi esempi di questo particolare strumento di acculturamento nella storia occidentale.

Venne ideata dall’incisore e libraio Colin Macfarquhar, esponente dell’illuminismo scozzese, ossia del filone gnoseologico della ventata di attenzione al sapere del XVIII secolo, e dall’incisore Andrew Bell, e venne pubblicata dall’editore William Smellie.

Aveva, ovviamente, l’obiettivo di presentare ai lettori informazioni sulla maggior parte dei campi della conoscenza.

La storia dell’Encyclopaedia Britannica è stata molto fortunata, ed essa è riuscita ad approdare, infine, ai più sofisticati e diffusi formati digitali.

Una storia da cui possiamo partire per qualche riflessione su quello che è un mezzo di acculturamento che ha subito delle trasformazioni davvero straordinarie nel corso del secoli. Tuttavia, per capire bene alcune sue trasformazioni, occorre partire da ciò che l’enciclopedia ha rappresentato, concettualmente, nella storia della cultura e del pensiero occidentale.

  1. Diderot e D’Alambert

Questo racconto non può non partire dall’Encyclopedie di Denis Diderot e Jean Baptiste D’Alambert, che fra il 1751 e il 1780 ne curarono la prima edizione. Prima opera ad avere un obiettivo ben specifico: raccogliere  nozioni di cultura geencyclopedienerale, in maniera sistematica, all’interno di una collana di volumi di carattere scientifico.

Lo scopo era, quindi, di permettere a chiunque di accedere a qualsiasi informazione utile attraverso il semplice gesto di aprire un volume e scorrere le sue pagine e le sue righe, costruendosi,  in autonomia, il proprio bagaglio culturale.

Una invenzione illuminista, di quell’illuminismo borghese che tendeva a far uscire il sapere dai luoghi deputati come biblioteche o conventi per farli arrivare nelle case private.

L’uomo del Settecento doveva avere una fonte di sapere sempre a portata di mano, ed essere in grado di sviluppare una coscienza critica su ciò che leggeva, vedeva, sentiva.

  1. Oggi

Sì, oggi; facciamo un saltino di circa trecento anni.

Le enciclopedie, come ogni invenzione e strumento umano si sono evolute e, da novità, sono diventate qualcosa di diffuso e comunissimo (anche troppo: ti ricordi, o lettore, il periodo dei porta-a-porta che prima dell’avvento del web 2.0 ci venivano a tormentare con nuove edizioni della Motta o della Treccani? Bene, noi sì!!) e hanno poi fatto un salto nel mondo del digitale prima con i famigerati CD-Rom (come dimenticare  Omnia e Encarta!) e, poi, con moderni siti e app online.

enciclopedia

E poi  l’ultimo passo, Wikipedia, con la sua rivoluzione ormai diventata quasi un marchio di fabbrica: sapere 100% collaborativo, con la costruzione delle voci un giorno dopo l’altro col contributo di tutti gli utenti iscritti. L’enciclopedia non è più, quindi, qualcosa di lontano, compilato da un team di autori per una moltitudine indistinta, ma un complesso testo che viene costruito insieme da singole persone impegnate in questo (difficile) lavoro.

  1. Il sapere frammentato

Qual è però il problema, a questo punto? Dico, il problema vero di questa situazione?

Che il progetto straordinario di “enciclopedia cooperativa” aperta fa emergere in tutto il suo impatto devastante il problema delle fonti e della loro verificabilità.

wikipedia

Al metodo di redazione e trasmissione della conoscenza quasi “dogmatico”, proprio delle prime, imponenti, enciclopedie, si sostituisce uno molto più “liquido”, basato su punti di vista diversi gli uni dagli altri e molti “non-del-tutto-competenti”, rendendo Wikipedia (che attualmente è fra i siti di acculturamento personale più forti e fortunati del web), alla fine, un potenziale veicolo di informazioni sbagliate o, per lo meno, imprecise.

Ma questo è un argomento talmente complesso da meritare almeno un saggio dedicato…

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