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Ciao caro lettore, ben trovato alla seconda puntata della nostra rubrica dedicata allo splendido mondo della scrittura creativa, iniziato la scorsa settimana.

In quella prima “sessione” avevamo ragionato un po’ sul versante “filosofico” della questione, tentando di riflettere su cosa implichi davvero l’imbarcarsi nella difficile impresa di scrivere un romanzo.

Avevamo parlato di autori ispiranti, di adesione a modelli narrativi e, in fondo, anche di metodi di lavoro (perché secondo noi la scrittura è un vero e proprio mestiere da mettere in atto con dedizione, ricordi?).

Bene, oggi passeremo al momento successivo, quello della vera e propria concezione della storia che vogliamo scrivere, analizzandolo non tanto dal punto di vista della pratica (ovvero dei giusti passi da seguire per assemblare la tua storia), quanto, ancora una volta, da quello “teorico”.

Che significa questo?

Partiamo con un esempio: mettiamo che tu muoia dalla voglia di scrivere un horror.

Insomma, che da tanto, tanto, tantissimo tempo tu voglia davvero “imitare” il tuo scrittore preferito in questo settore od omaggiare il film del brivido che più hai amato con una tua storia.

Una bellissima idea, vero?

Bene, il problema arriva adesso, perché in questi casi bisogna sapere bene da dove cominciare.

Oh, intendiamoci: siamo certi che non a tutti serva quest’articolo.

Magari, e lo speriamo, almeno uno dei nostri lettori starà scrivendo la storia della sua vita, partorita in maniera quasi soprannaturale grazie alla sua grande abilità, attraverso la sua esperienza (e le sue esperienze), e magari grazie al lampo di genio che gli ha attraversato la testa facendogli venire l’idea giusta.

La grande idea, quella che messa su carta darà vita al romanzo che sarà sulla bocca di tutti per i prossimi anni.

Alcuni ce la fanno al primo colpo, e per questo sono da considerarsi dei grandi.

Altri, invece, hanno bisogno di qualche consiglio.

  1. Cibarsi di storie

Continuiamo quindi col nostro esempio.

Se sei amante di un genere e muori dalla voglia di scrivere una storia che possa inscriversi in esso, inizia pensando agli elementi di quel tipo di storie che più ti piacciono. Per esempio, se adori l’horror e ti piace The Walking Dead, che problema c’è nel pensare di scrivere l’ennesima storia con protagonista un gruppo di sopravvissuti a un’invasione di morti viventi? Non sarebbe niente di male nel prendere da quella storia le atmosfere che più ti sono piaciute e rielaborarle un po’ per costruire la tua storia.

Attenzione, non sto dicendo che tu debba riscrivere The walking dead con gli stessi personaggi e gli stessi eventi; sarebbe un plagio ma, soprattutto, se a te piace davvero così tanto scrivere, dopo un po’ troveresti la stesura del tuo romanzo o racconto niente più che un triste esercizio di stile, come un modo per ripetere a pappagallo una storia che hai già sentito. Per carità, ad alcuni piace: non tutti scrivono per gli altri, per essere pubblicati, ma soltanto per mettere su carta un’altra versione della loro storia preferita. Se così non è però, se vuoi davvero scrivere una tua storia, dovrai essere più lungimirante.

Ecco che entra in gioco una massima ormai di dominio pubblico negli ambienti della scrittura creativa: scrivere è riscrivere ciò che già esiste.

Ogni tipo di narrazione, sia letteraria che cinematografica, o teatrale, o ancora poetica, è inserita all’interna di canoni antichissimi che hanno creato le “figure retoriche” di ogni genere. L’horror di The walking dead, per esempio, discende abbastanza nettamente dai film sugli zombie del compianto George A. Romero, che già oltre cinquant’anni fa delineava il modo di raccontare le questo genere di storie su pellicola. Quando Robert Kirkman, l’autore del fumetto alla base del telefilm, ha concepito la sua opera, si è senza dubbio ispirato a quei lungometraggi, ma li ha rielaborati in modo da costruire una nuova storia. Probabilmente, prima di buttare giù la sua sceneggiatura, Kirkman ha visto e rivisto più volte La notte dei morti viventi, masticandone ogni singola scena e tentando di immaginare cosa potesse aggiungervi. Alla fine probabilmente si sarà detto una cosa tipo:

Sarebbe forte scrivere la storia di un poliziotto che diventa suo malgrado capo di un gruppo di sopravvissuti, e che debba risolvere tutta una serie di problemi morali e pratici della sua comunità”.

Ecco, in quel momento Kirkman ha trovato la sua gallina dalle uova d’oro, calando delle “figure tipiche” di un genere, gli zombie, all’interno di una storia ancora inedita per loro, la storia dell’agente di polizia Rick Grimes.

Come ci è arrivato? Si è soltanto cibato delle storie che più gli piacevano, prendendo le cose migliori?

  1. Assaporare le storie

No, forse Kirkman ha fatto qualcosa di un po’ diverso: ha letteralmente assaporato ogni ingrediente dei film di zombie, soppesandolo, facendolo a pezzi, osservandolo dall’interno e facendolo suo riflettendoci sopra.

Passando dalla (poco piacevole) metafora del cibo a quella della macchina, possiamo dire che per scrivere la tua storia tu possa pensare di smontare l’automobile di altri, studiarne i componenti del motore, comprendere come utilizzarli e poi, alla fine, riassemblarli per dare vita a un nuovo motore, costruito secondo le tue regole, i tuoi standard, la tua filosofia.

La fase importante non è però tanto quella del riassemblamento, quanto proprio quella dello studio dei pezzi, perché il gioco non sta tanto nello smontarli e rimontarli in maniera differente, quanto nel comprendere il loro “significato” all’interno del genere di riferimento.

Pensa alla classica storia di zombie, in cui un gruppo di persone che un giorno assiste impotente al ritorno dei morti sulla terra e al massacro di amici e parenti: quali sono i “pezzi forte” di racconti come questo?

Proviamo a elencarli e a vedere cosa possano trasmettere in termine di “riflessione”:

  • i morti tornano sulla terra e cominciano a divorare i vivi: l’ordine delle cose è sovvertito, la realtà di oggi, che pensiamo essere immutabile ed eterna, può mutare totalmente in seguito a un evento devastante (che, se non l’apocalisse zombie, potrebbe essere un’epidemia);
  • La paura prende il sopravvento, e la società umana non regge l’urto; le persone impazziscono, si fanno spaventate, si rifugiano nella religione, o fra le braccia del leader più forte (ma non per forza il più giusto…), per sopravvivere. Può essere un’eccellente metafora di ciò che può accadere quando vanno al potere governi autoritari dopo momenti di crisi, non trovi?
  • L’uomo regredisce a causa dell’assenza di luce elettrica, riscaldamento o, comunque, comodità di qualsiasi tipo: la società torna a somigliare a quella tribale, in cui clan di poche persone devono mettere in comune le risorse, i rapporti sociali si fanno più diretti e “selvaggi”, il legame con legge e ordine cambia drasticamente. Come si comporterebbe un uomo in questo frangente? Come muterebbe la sua psiche? Quali istinti verrebbero fuori?

E così via.

Qualunque storia post-apocalittica presenta questi elementi chiave, che vengono fuori in maniera diversa a seconda di chi scrive: un autore ha magari messo in risalto il primo punto, un altro il secondo, o magari altri che non ho elencato, seguendo la sua sensibilità.

L’abilità dello scrittore in questa fase sta forse proprio qui, ossia nella sua capacità di selezionare i “temi” che sente più suoi e rielaborarli in modo sapiente, ma anche di saper cogliere la possibile riflessone che si nasconde dietro ciascuno di questi elementi narrativi e di sviscerarla in modo serio e analitico. Già a questo punto, comprendendo le potenzialità di uno spunto narrativo e delineando il suo sviluppo in modo serio, avrà già costruito metà del suo romanzo, e non dovrà far altro che rifletterci su per “testarlo”, per vedere se l’idea “regge”.

Ma questo lo vedremo la prossima volta, quando ragioneremo sui temi del world building, della verosimiglianza e del fantarealismo.

Intanto non possiamo che fare una cosa: augurarvi buona scrittura! 😀

 

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